Finale aperto.

Berlusconi non è più il nostro presidente del consiglio e la lega, probabilmente, tornerà all’opposizione. Nella fine il principio. Il primo giorno di questa nuova era è comunque segnato dallo sconforto e dai dubbi, ci sarebbe la voglia di celebrare la deposizione del sovrano e della sua corte di nobili privilegiati, ma il futuro appare quanto mai incerto. Sì, perché i figli del Berlusconismo, quelli convinti che Ruby fosse la nipote di Mubarak e che una norma ammazzablog fosse indispensabile si aggirano ancora nel tessuto politico insieme ad un numero notevole di collusi e indagati.

L’invito che andrebbe rivolto al popolo è indubbiamente quello a non dimenticare. Non dimenticare questi diciassette anni. Gli insulti razzisti della Lega, i cavilli ad personam inseriti in leggi che avrebbero dovuto giovare al paese, le sceneggiate nei salottini tv, le bugie dei Mass Media, gli scandali che hanno umiliato il paese, gli attacchi alla libertà di culto e di espressione, le società segrete e le associazioni per delinquere finalizzate ad ottenere appalti e nomine, la battaglia per il nucleare.

Non dimenticare nulla.

Interrogandoci sul futuro non possiamo che preoccuparci. Perché? Perché le idee di “destra” e “sinistra” sono sempre più simili a semplici etichette e il potere delle banche cresce in questo regime economico-politico globale. Perché il rispettabilissimo Monti è pur sempre presidente europeo della commissione trilaterale, un’organizzazione dall’ideologia mondialista. Ed è pur sempre membro del comitato direttivo del gruppo Bilderberg, un gruppo che si riunisce ogni anno a porte chiuse e che annovera tra i propri membri esponenti di spicco dell’economia e della finanza globale.

Nessuno è così ingenuo da ritenere che simili dati non influiscano sul suo programma politico.

Ancora una volta spetterà ai giornalisti, quelli onesti, ai blogger e ai cittadini vigilare sull’operato dei politici ma con un pizzico di esperienza in più. Con la voglia, ci auguriamo, di non lasciarsi imbrogliare di nuovo. L’Italia non ha bisogno di eroi da idolatrare ma di una politica seria, libera da secondi fini.

Non ci resta che salutare un’ultima volta Silvio e ricordarlo così, con il suo sorriso un po’ beffardo, da mattacchione prestato alla politica.

Senza ringraziare nessuno, però. Né la soporifera opposizione né il presidente della repubblica. Perché è ben chiaro che la caduta di Berlusconi non è obiettivamente merito loro, ma delle agenzie di rating.

Silvio e la fame nervosa!

Oggi la quiete di decine di migliaia, ma che dico, di milioni di elettori del PDL è stata turbata da un furioso litigio tra il ministro dell’Economia Giulio Tremonti e il premier Silvio Berlusconi. Sono stati attimi di tensione, diciamolo, tutti i piccoli pidiellini hanno temuto che mamma e papà divorziassero.
Poche ore dopo, il crollo del primo ministro:

Critica per principianti #1: Italiani, divorziamo da questo genere di produzione!

La critica è molto difficile per persone come me. Non riesco, infatti, a fare a meno di pensare che qualsiasi produzione, anche la più squallida, abbia alle spalle un equipe di lavoratori che hanno profuso il proprio impegno(in qualche caso non il massimo) nella realizzazione della stessa. Tuttavia, in quanto spettatore pagante ritengo corretto e doveroso, pur non avendo le competenze per giudicare la qualità delle riprese o la fotografia di un opera audiovisiva, valutare almeno i contenuti del film in questione e dei temi trattati.

Stasera parliamo di “Matrimonio a Parigi”

Nessuno pretende che l’Italia si adoperi per la cultura o che vengano girati solo film sui pinguini al polo Nord, però è davvero questo genere di film il cavallo di battaglia italiano? Ma soprattutto, è davvero questa l’immagine degli italiani che vogliamo offrire al mondo? “Matrimonio a Parigi” è un affresco drammatico di ciò che resta di una commedia trita e ritrita scongelata ogni singolo anno da De Sica, e che adesso ci propina anche Boldi con cadenza regolare e con un distacco cronologico sempre maggiore dai cinepanettoni del collega/rivale. Una cinezucca con battute dalla banalità incommensurabile che insistono su stereotipi da obitorio cinematografico riesumati in barba alla fantasia, all’immaginazione e alla bellezza della scrittura. Sono poco più che spettri i protagonisti della vicenda narrata, fantasmi che reggono a stento la scaletta di una puntata di Colorado, mascherata da sceneggiatura con una cornice di amore e tormento adolescenziale. Lo stridente cliché della convivenza forzata rievoca un lontano “Ciclone in famiglia” e un’altra lunga serie di prodotti che sarebbe davvero superfluo ricordare.

Boldi è calvo, lo abbiamo capito, e abbiamo accettato, seppur con remore, lo scintillio della sua testa. Enzo Salvi non deve necessariamente ribadire il concetto ogni anno. Proprio la scena della corsa rocambolesca in taxi(rigorosamente abusivo) è, inoltre, il simbolo della ripetizione di una spirale inarrestabile di scene già viste che rendono davvero difficoltoso resistere fino alla fine del film. Va segnalato anche come certe situazioni comiche appaiano palesemente artefatte, come quando la moglie del tassista lascia che Boldi beva due litri della sua soluzione drenante prima di chiarirne la composizione(la gag, già scaduta di per sé, si poteva proporre meglio).

L’umorismo fisico è pessimo. Vecchie scalzate da poltrone, Boldi che dopo la frenata brusca di Salvi schizza in avanti come una pallina da tennis e la penetrazione anale con la maschera da Pinocchio. Triste e ripetitivo, non c’è neanche più bisogno di dirlo.

La musica di Katy Perry e il cattivo gusto vanno per la maggiore in un film in cui un napoletano finanziere viene considerato un paradosso e nel mondo degli stilisti “la baguette va per la maggiore”.

Al termine dello spettacolo ci si pongono tante domande, tra cui il perché di una Raffaella Fico, in evidente stato confusionale.

Ancora una volta si salvano solo i giovani, perché inconsapevoli e la Barbera perché non la si vede mai triste, eppur sempre Sconsolata.

VALUTAZIONE: 5/10

La danza macabra della Santanché e di Ferrara.

Ballano, sorridono ipocritamente Giuliano Ferrara e Daniela Santanché alla manifestazione organizzata in piazza Farnese  per rispondere ironicamente alle risate di scherno di Angela Merkel e Nicolas Sarcozy. Danzano mentre la nave Italia lentamente affonda nella melma del debito pubblico. Mentono, spudoratamente agli italiani ma non a se stessi. Salita sul palco, il sottosegretario per l’attuazione del programma orgogliosamente difende l’Italia, perché:”Sono Italiana” e:”non permetterò mai nessuno di deridere il nostro paese, di irriderci o di prenderci in giro”. Sono parole commoventi, toccanti, una mano corre al viso e lo riscopre umido dinanzi a cotanto patriottismo.

Però quanto è volubile l’onorevole Santanché. Sì perché non molti mesi fa venivano pubblicate su alcuni giornali delle intercettazioni che vedevano protagonisti proprio la cara Daniela e Flavio Briatore. L’imprenditore si sfogava liberamente al telefono con l’amica circa l’irrefrenabile satiriasi del premier:”Non più lì (Arcore) ma nell’altra villa (Gernetto). Tutto come prima, non è cambiato un cazzo. Stessi attori, stesso film, proiettato in un cinema diverso. Come prima, più di prima. Stesso gruppo, qualche new entry, ma la base del film è uguale”, e la donna sembrava effettivamente rammaricarsi, nell’apprendere simili notizie:”Ma allora qui crolla tutto”. Paura per l’Italia nazione? O per la casta italiana? Tutto ciò non è rilevante in questo momento.

Preoccupa piuttosto questo meccanismo di indignazione, circa l’immagine internazionale del paese, a scoppio ritardato che potrebbe anche rientrare in una sorta di rifiuto psicologico degli avvenimenti( Neanche Freud saprebbe comprendere i meccanismi della mente di questi politici).

Quello che Daniela ci ha insegnato a piazza Farnese, ieri, è che va bene se siamo un po’ scandalosi, ogni tanto, che sarà mai qualche festino? L’importante è che quando ci tirano le uova addosso, possiamo sempre farci scudo con la bandiera.

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Anna Stepanovna Politkovskaja veniva assassinata a Mosca cinque anni fa per l’impegno profuso nel proprio lavoro e nel tentativo assurdamente doloroso di offrire ai propri connazionali la verità. So che tutto ciò non è neanche paragonabile a un Ipod ma a volte sarebbe bello se ricordassimo qualcosa che non sia strettamente connesso alla nostra vita quotidiana, a tutto ciò che è tangibile. Qualcosa che non sia estremamente divertente, qualcosa che non stia nel palmo di una mano.

Non ci sono morti meno importanti di altre.